Mi innamoravo di tutto. Storia di un dissidente di Stefano Zorba: lotta per quello in cui credi

Un sotterraneo anonimo. Un pavimento in calcestruzzo, polvere, pilastri nudi e vecchi. E sangue.
Un imprecisato servizio segreto italiano ha un prigioniero, un dissidente che si chiama Coda di Lupo. E vuole farlo parlare, con ogni mezzo necessario.
E Coda di Lupo parla, si racconta, scandendo la sua vita sulle note dell’omonima canzone di Fabrizio De André, dall’infanzia e il G8 di Genova fino agli ultimi, disperati anni di resistenza in Val Susa.
Un romanzo che parla di lotta, di resistenza, di Stato, di sofferenza, di morte. E della gioia di lottare, nonostante tutti i sacrifici che questo comporta.

Quando mi è stato chiesto se volevo recensire questo romanzo di Stefano Zorba devo ammettere che ero un po’ titubante. Prima di dare una risposta sono andata a leggere la trama, le stesse parole che vi ho riportato sopra, e non ero molto convinta. Non per la storia in sè, ma perchè non è il genere di libro che solitamente leggo, avevo paura che non essendo abituata a storie del genere avrei abbandonato il libro dopo un paio di pagine.

Con mia grande sorpresa invece è successo l’esatto contrario, una pagina tira l’altra, la storia ti prende, ti entra nel cuore.
Il filo conduttore della storia è la canzone di De Andrè “Coda di Lupo” ( qua trovate il testo http://www.angolotesti.it/F/testi_canzoni_fabrizio_de_andre_1059/testo_canzone_coda_di_lupo_33200.html ).
Il protagonista prende il nome da questo titolo, il suo nome da battaglia è appunto Coda di Lupo.
Ma di che battaglia stiamo parlando?
Coda di Lupo è un guerriero, un guerriero dei nostri giorni.
Cercherò di ripercorre brevemente la sua storia per farvi capire il libro, ma senza troppi spoilers.

Quando ero piccolo mi innamoravo di tutto.
Di un tramonto. Delle luci sopra la città, sdraiato sulle pendici dei miei monti a bere birra e a fumare una canna.
Delle cazzate con gli amici. Del sorriso di una ragazza. Delle rughe di mia nonna. Dell’odore di tabacco che restava sui vestiti di mio zio dopo che aveva fumato la pipa.[…] Poi sono diventato grande.
Ed è cominciato l’odio.
Non credo sia stata una cosa improvvisa. Forse il rendermene conto sì, quella è stata una fottuta illuminazione. Ma la nascita dell’odio è stato un processo lungo e interiore.

Queste sono le parole che prensentano il nostro personaggio e non so voi ma solo leggendo queste righe mi sono sentita capita nel profondo. Quando siamo piccoli vediamo tutto unicorni e arcobaleni, poi cresciamo, ci rendiamo conto del mondo intorno a noi, di quello che succede e comincia l’odio.
Vogliamo fare qualcosa, ne sentiamo il bisogno, non vogliamo essere spettatori passivi dello schifo che vediamo.
Coda di Lupo comincia così fin da ragazzo a non avere paura di lottare per quello in cui crede.
Da manifestazioni scolastiche, al G8 di Genova nel 2001, fino ad arrivare a una battaglia più recente, quella dei NoTav.
La sua battaglia si fermerà quando verrà catturato e interrogato. O meglio catturato, torturato, trattato come un animale per avere nomi e informazioni riguardo i suoi compagni.
Ma Coda di Lupo non li tradirà, non tradirà i suoi ideali.

Una cosa che ho adorato di questa storia è che a ogni parola puoi sentire la rabbia del protagonista, grazie anche al linguaggio molto crudo, spesso volgare, anche se in realtà la parola volgare non è corretta, perchè quelle parole sono perfette, non stonano.
Mentre leggevo provavo rabbia, sono entrata in empatia con Coda di Lupo. Mi sentivo indignata per quello che gli succedeva e la cosa più spaventosa è che non si tratta di un fantasy, ma sono cose che accadono, storia dei nostri giorni.
Ho sentito questa storia molto vicina a me in quanto ragazza di ventuno anni che si ritrova in un’Italia vergognosa, con un futuro per niente luminoso grazie a persone che dovrebbero governare questo paese ma non ne sono capaci, grazie ai cagnolini di queste persone che vivono con la coda tra le zampe, obbedendo a loro senza chiedere nulla, senza fermarsi un attimo a pensare, perchè ormai non ne sono più capaci.

Ci sono tantissime frasi in questo libro che mi sono rimaste, ma vorrei lasciarvi con queste.

La polizia non si ferma, nonostante abbia davanti solo dei ragazzini. Qualcuno è più sviluppato, è vero, ma praticamente nessuno è maggiorenne. Qualcuno dovrebbe dirlo che in queste manifestazioni c’è qualcosa di perverso. La generazione dei padri che uccide il futuro della generazione dei propri figli. Quarantenni in divisa che massacrano sedicenni. Forse è per questo che una generazione è una generazione fallita. Perché è la figlia fallita di una generazione ancora più fallita.

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